DELEGAZIONE LATINO AMERICANA



IL FLUIRE DELLA FORZA NELLA CATENA TERAPEUTICA



Graziano Curci (1924-1985), preside dell’Accademia “G. Battista della Porta” di Bari è stato un maestro fedele alla tradizione ermetica che affonda le sue radici nella più antica sapienza iniziatica. Tra i suoi scritti più importanti ricordiamo “Cagliostro” “I Templari” “Giordano Bruno”. Nelle sue numerose conferenze Egli ha lasciato i semi di una profonda conoscenza. Conobbe l’Arcano e fu iniziatore di quell’Arte mediante la quale nell’uomo si compie la trasmutazione interiore. (Salilus)

Gli ermetisti praticanti conoscono perfettamente il significato delle catene magiche che sviluppano la loro forza attraverso l’estrinsecazione dell’energia dei nervea finalizzata a scopi ben precisi e con tecniche nelle quali l’utilizzazione dell’elemento volontà ha un carattere preminente.

(continua nella pagina Kremmerz)


RICORDO DEL FUTURO

Ricordarsi del futuro sembra un paradosso, o meglio una frase costituita da due concetti di significato opposto, dal momento che noi siamo abituati a legare i ricordi ai fatti del passato, e quindi giudichiamo impossibile ricordarci del futuro di cui non sappiamo nulla, nell’errata convinzione che passato, presente e futuro seguano una loro successione in quest’ordine e siano tre stati temporali diversi e separati, perché abbiamo una nozione del tempo e della sua rappresentazione completamente errata.

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(continua nella pagina Magnani)


LA MAGICA STORIA DI MILAREPA

Chi era Milarepa

«Milarepa fu mago, poeta ed eremita. Lo fu successivamente e in modo così completo che i Tibetani fanno fatica a non separare questi tre personaggi e, a seconda del loro punto di vista di maghi, di laici o di religiosi, Milarepa è il loro più grande mago, poeta o santo. Questo essere singolare visse nell’undicesimo secolo della nostra era e la sua memoria è ancora viva nel Tibet come fosse di una personalità da poco scomparsa».

Nato da una ricca famiglia di contadini che, alla scomparsa prematura del padre, viene gettata nella più nera miseria dalla rapacità dei parenti, Milarepa entra in rapporto con la divinità per la via più torbida e brutale: la madre lo istiga a imparare la magia nera per compiere vendetta contro chi li ha derubati dei loro beni.

Così, Milarepa comincia a praticare la magia, distruggendo i suoi nemici e terrorizzando il paese. Ma proprio nel trionfo della vendetta gli si rivela la malignità dei suoi poteri. Milarepa va allora alla ricerca di un maestro che lo sottragga alla catena delle colpe e lo conduca verso la liberazione. Sua guida predestinata sarà Marpa il Traduttore, una grande figura della tradizione tibetana. Sublime e rude, santo simulatore, con una meravigliosa finzione di crudeltà e incomprensione Marpa riesce a mettere alla prova più radicale l’allievo, lo stringe in un cunicolo cieco da cui soltanto una fede inesauribile riesce a liberarlo.

Ormai, finalmente risvegliato, Milarepa può cominciare la sua lunga meditazione solitaria. Immobile in luoghi deserti, egli procede grado per grado, attraverso prove maceranti, fino alla conoscenza suprema, acquistandosi i miracolosi poteri dell’illuminato.

L’universo tibetano, entro cui si svolge la storia di Milarepa, è una costruzione elaboratissima e rigorosa, dove la magia è fondamento di tutto. Da ogni parte siamo circondati dalla viva presenza di infinite schiere di demoni multiformi, che il sortilegio può imbrigliare o scatenare: su questo fondo si distacca la figura di Milarepa, il quale, dopo aver esercitato la magia come bruto potere, arriva a inglobarla in una esperienza che tocca il punto supremo dell’illuminazione e che sarà fondamento di una concezione religiosa più intimamente vissuta, di nuovi, più ricchi valori morali.

 

L’ INCONTRO CON MARPA.

Dopo molti anni di viaggi e ricerche, sentì parlare di un grande lama, che aveva tradotto molte opere importantissime portandole dall’india con grandi sacrifici. Si chiamava Marpa. Appena udì il suo nome, Milarepa sentì una grande gioia e senti un brivido. Lo cercò e dopo molto tempo, giunse in una valle dove un rozzo e robusto contadino zappava un campo. Egli lo accolse, burbero, e lo invitò in casa, viste le condizioni misere di Milarepa. Poi si rivelò: era lui Marpa e già sapeva del suo arrivo, perché aveva avuto un sogno.

Subito Milarepa gli chiese di istruirlo, ma Marpa lo schernì, lo rimproverò perché non aveva di che pagarlo e gli ingiunse di lavorare per lui.

 “Costruiscimi una torre per mio figlio, quando avrai finito, ti istruirò".

Milarepa, con grande lena, trasportando pietre tutto il giorno, costruì una torre di sei piani. Un giorno Marpa si presentò e disse: "Chi ti ha chiesto di fare questo? distruggi subito questa torre!"  Qualche giorno dopo, Marpa chiese a Milarepa di costruire una fortezza: appena la costruzione fu quasi completata, Marpa si arrabbiò e gli disse di distruggerla. Ormai erano passati alcuni anni. Milarepa aveva lavorato duramente, sottoponendosi ai capricci apparentemente assurdi di Marpa, aveva la schiena piagata a furia di trasportare pietre, e nonostante ciò Marpa non gli aveva dato ancora nessun insegnamento.

In questa seconda parte della storia Milarepa dopo lunghe prove riesce ad ottenere gli insegnamenti e va a praticarli nel gelo delle montagne, nella terribile solitudine.

Altre sei volte Marpa ordinò a Milarepa di costruire torri, ma ogni volta, quando era ormai finito il lavoro, arrivava e gli ordinava di distruggere tutto, e di rimettere ogni pietra e ogni zolla al suo posto.

Ancora una volta, qualche tempo dopo, Marpa ordinò a Milarepa di costruire una fortezza e lui si mise di nuovo al lavoro. Passato qualche mese, finalmente finito il lavoro, con la costante paura che Marpa gli dicesse di distruggere di nuovo l’opera compiuta, Milarepa pensò di presentarsi ancora una volta da Marpa. Proprio quel giorno Marpa stava ricevendo i suoi discepoli, per dare un’iniziazione e Milarepa si infilò tra loro, per ascoltare, tutto trepidante.

Appena Marpa lo vide, si alzò, lo insultò, lo prese a calci e schiaffi davanti a tutti e lo cacciò via.

Nonostante le molte fatiche, e provando enorme compassione segretamente per lui, Marpa non riteneva ancora giunto il momento per iniziarlo alla dottrina. Milarepa era disperato, nel suo animo si susseguivano speranza e timore, e la certezza che la sua vita era sprecata senza poter ricevere gli insegnamenti. Quella notte, colto dalla disperazione, pensò di uccidersi.

Ma la moglie di Marpa, che lo amava come un figlio lo consigliò di andare da un altro Lama, discepolo di Marpa, e di chiedere a lui di essere iniziato. E così fece Milarepa. Il lama Gnogpa lo istruì e gli disse di meditare per un anno in una grotta. Al termine dell’anno, Milarepa accompagnò lama Gnogpa da Marpa, che appena lo vide lo accolse come un figlio.

Ora era venuto il momento per Milarepa di ricevere gli insegnamenti.

Marpa gli trasmise l’insegnamento del ‘fuoco interiore’, e gli disse di praticarlo nelle montagne, dove nessun uomo avrebbe disturbato la sua contemplazione.

In quel momento Milarepa seppe che Marpa era il suo Maestro con cui aveva un legame Karmico. E partendo, con le lacrime agli occhi, seppe che non lo avrebbe più rivisto.

Milarepa si recò tra le montagne, nella grotta Roccia-Bianca, e lì si chiuse per tre anni nella contemplazione. Non avendo altro cibo, si nutrì di ortiche e con il passare del tempo la sua pelle divenne verde.

"Crescevano molte ortiche e c’era dell’acqua eccellente: le ortiche mi fornivano un tessuto per il riparo esterno del corpo ed una farina senza sapore per il nutrimento interno. Così il mio corpo diventò simile ad uno scheletro, la pelle prese il colore dell’ortica e la consistenza della cera ed anche i peli divennero ispidi, verdi. Tutte le mie ossa sporgevano e le mie membra stavano per staccarsi."

A questo punto la sorella di Milarepa, Peta, nella festa annuale del paese venne a sapere che suo fratello era vivo e decise di mettersi in viaggio per raggiungerlo. Dopo un mese lo raggiunse portando farina, burro e vino.

"Acetai le offerte di Peta e mangiai e bevvi, così che immediatamente la mia intelligenza finalmente si rischiarò."

La sua storia cominciò ad essere conosciuta, e bastava che qualcuno gli si avvicinasse per essere spinto al solo vederlo a intraprendere la via della contemplazione e del dharma.

Milarepa era visto contemporaneamente in più luoghi e che volava.

Ma Milarepa, appena vedeva affluire persone alla sua grotta, si spostava, ricercando la completa solitudine per ottenere la liberazione finale, in un solo corpo e in una sola vita.

Ma ormai aveva spinto un’infinità di esseri sulla via della liberazione

Dopo aver insegnato il Dharma per anni, Milarepa fu avvelenato da un lama geloso di lui.

Allora Milarepa mandò a chiamare tutti coloro che lo avevano conosciuto, che avevano avuto fede in lui, e che volevano incontrarlo.

Per molti giorni Milarepa tenne un discorso sulla legge del karma e sulla natura della realtà. A tutti i presenti apparvero ogni tipo di fenomeni, tutti udirono musiche meravigliose, straordinari profumi erano nell’aria e il cielo blu era pieno di arcobaleni. Una grande gioia pervadeva tutta l’assemblea…

Circondato dai suoi discepoli Milarepa entrò in uno stato di meditazione profonda. Così morì all’età di ottantaquattro anni.

 (Dalla “Vita di Milarepa”, Adelphi, 1991)

ultimo aggiornamento maggio 2017


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