Magnani

L’IMPERO E LA TRADIZIONE IMPERIALE SUDAMERICANA

 

L’America Latina ha avuto un impero e una tradizione imperiale: non mi riferisco all’impero della colonizzazione portoghese, ma al grande impero autoctono nato e sviluppatosi nella regione della Croce del Sud che si estendeva dalla cordigliera delle Ande, alla valle dell’Amazzonia, fino ai confini della prateria argentina e che la colonizzazione spagnola ha spento e debellato per avidità e fanatismo religioso. V’è di più, la dominazione spagnola nell’America del Sud (ed in parte quella portoghese in Brasile) hanno rappresentato uno iato, un’interruzione violenta tra i miti, la lingua e le tradizioni dei popoli sudamericani antichi e la realtà che si è costituita successivamente al dominio coloniale.

L’America Latina paga un alto prezzo ed è uno dei pochi territori continentali sulla faccia della terra che ancora oggi denuncia non poche difficoltà sul piano di acquisizione della conoscenza delle tradizioni dei popoli che vissero su questo vasto territorio e che, nonostante tutto lasciarono una copiosa eredità di sapienza e di valori. Basta infatti visitare e frequentare anche per pochi giorni una tribù indigena o uno sciamano del bacino dell’Amazzonia per rendersi conto della ricchezza linguistica, magica e religiosa, cose che non si possono acquisire né in pochi anni né in pochi secoli. Crediamo di sapere tutto sulla magia egiziana, ma ammettiamo di sapere poco o niente sulla magia incaica. A giustificazione si può dire che l’Egitto non ha sofferto per il tabula rasa della presenza gesuitica. Ma ciò che mi propongo di dimostrare nel corso del presente studio, la magia naturale è una forza unica della natura e la magia divina è una forza unica del divino e il fatto di esprimersi con segni e linguaggi diversi, non ne inficia la sua basica e sostanziale UNITA’.

Gli stessi studi scientifici, etnologici, semantici, archeologici sono molto limitati rispetto all’invadenza e al dominio che le tradizioni d’oltre oceano hanno avuto e continuano ad avere sul territorio americano.

Si devono affrontare molte difficoltà di fronte a un possibile studio comparato nel campo della lingua, dei culti e dei costumi dei popoli precolombiani con i popoli delle grandi civiltà d’oltre oceano, quella greca, la latina e l’egizia. Se tentiamo una ricerca di questo genere di studi in rete la risposta sarà scarsa e mediocre. Segno appunto che gli studi scarseggiano.

Per esempio, Mircea Eliade che è considerato uno dei maggiori studiosi in questo campo nel suo “Trattato sulla storia delle religioni” non dedica nemmeno un capitolo alla religiosità incaica e tantomeno fa una qualche comparazione tra i culti degli inca e quelli occidentali. Nel suo libro dedicato allo “Sciamanesimo” il contributo allo sciamanismo amazzonico è deprimente. Bisognerà aspettare validi studiosi sudamericani per colmare questo vuoto.

Il filosofo italiano Manlio Magnani, fondatore in Brasile di una importante scuola ermetica, aveva preso in considerazione in un suo scritto del 1943 intitolato “Il futuro del Brasile” la realtà ciclica dell’ Occidente e l’ aveva posta a confronto con quella dell’America del Sud giungendo a una conclusione, dopo un’analisi precisa, dalla quale emergeva la crisi dell’emisfero nord del mondo e l’emergere in quello segnato dalla Croce del Sud  di un futuro migliore, futuro aggiungo io interpretando il pensiero del Maestro, dettato dal fatto che l’America del Sud può contare su una potenza occulta proveniente dalle antiche tradizioni precolombiane che si imporrebbero alle stratificazioni della colonizzazione dei popoli europei ormai coinvolti dalla fine ciclo e quindi dall’esaurirsi della forza di quei valori.

Se oggi vediamo il Brasile proiettato verso un futuro migliore rispetto ai paesi europei lo dobbiamo certamente oltre che a ragioni politiche ed economiche contingenti, al premere dal profondo del suo humus profondo di una rinnovata volontà di emergere e di affermarsi.

Per fare una breve comparazione con l’antica religione romana il matematico Reghini, basandosi sul poeta Virgilio, descrive così il mito di Saturno occultatosi nelle terre del Lazio:

“Tutti conoscono la tradizione greco-latina delle quattro età; in ordine cronologico l’età dell’oro, dell’argento, del bronzo e del ferro. La più antica, l’età aurea, era stata la più bella, l’età beata, rimpianta e cantata dai poeti, ed il mondo era andato dopo d’allora peggiorando continuamente.

La tradizione latina identificava quel tempo felice con i «Saturnia regna» (Virgilio, Aen., IV, 6; VI, 41; XI, 252) perché la tradizione raccontava che Saturno, spodestato da Giove ed espulso dal cielo (Ovidio, Fast., X, 292), era approdato in Italia rifugiandosi e nascondendosi nel Lazio, dove Giano, re d’Italia, lo ricevette e regnò con lui durante l’età dell’oro. Egli dette il nome all’Italia, detta appunto Saturnia Tellus (Virgilio, Aen., VIII, 329; i, 569; Geo., n, 173; Ovidio, Fast., i, 232; Macrobio, i, 7; Festo, ed. Teubner, p. 430); e Dionigi di Alicamasso (Antiq. Rom, i, 34) dice che «tutta l’Italia «era sacra a questo nume e dagli abitanti (incolis) «veniva chiamata Saturnia come si trova dichiarato nei «carmi sibillini ed anche in altri oracoli resi dagli dei». In seguito a ciò, Roma capitale dell’Impero, fu considerata l’ombelico del mondo.

Così si dice di Cusco capitale dell’Impero Inca considerata la Roma delle Ande sulla base di un palese parallelismo mitico e leggendario tra Cusco e Roma.

Ho voluto ricordare il mito di Saturno perché anche la religione Inca custodiva nei suoi libri sacri una tradizione molto simile di cui parlerò in seguito.

Per merito di alcuni studiosi antichi e importanti ritrovamenti moderni (non ho qui preso in considerazione il contributo delle università sudamericane) noi sappiamo che:

1) Gli Incas avevano dei “libri” storici, letterari e religiosi scritti mediante cordicelle, nodi e inserti tessili che i gesuiti bruciarono a migliaia. Un frammento di questi testi (quipu) è allegato a un antico manoscritto nel quale si spiega anche, con testi e disegni il modo di leggerlo.

2) Il grande cronista Guaman Poma de Ayala, ritenuto finora autore di una delle opere più importanti sul Perù incaico, era in realtà solo un prestanome dietro al quale si nascose il “gesuita fantasma” Blas Valera. Inoltre, dal documento risulta implicitamente che Blas Valera fu il capo di un movimento indigenista cui aderirono due gesuiti italiani autori del manoscritto stesso.

3) A Napoli nel 1985 Clara Miccinelli stava mettendo in ordine vecchi documenti di famiglia quando, in una busta, trova l’antico manoscritto e un frammento del quipu. Non è facile capire subito di che cosa si tratti, ma la Miccinelli è avvezza a confrontarsi con antiche carte poiché è autrice di tre saggi storici su Raimondo di Sangro, Principe di Sansevero. Così riesce subito a leggere la parte scritta in latino nella quale l’autore spiega perché Blas Valera subì la censura da parte della Compagnia di Gesù e vide distruggere gran parte dei suoi scritti: s’ era schierato contro le torture inflitte dagli Spagnoli agli Inca e si batteva contro quei sacerdoti cristiani che in nome di Cristo accusavano di idolatria gli Incas. Quindi il documento riporta una breve grammatica della lingua incaica, rivelando che esistevano alcuni quipu noti a tutti, utili solo per contare, e altri con informazioni religiose e storiche intelligibili soltanto dall’ aristocrazia incaica. Quipu “scritti” in base a una struttura sillabica collegata a una serie di parole chiave (di cui fornisce un breve elenco), e che furono quasi tutti distrutti dagli spagnoli e dai preti. Per questo, aggiunge l’estensore dello scritto, i capi Inca raccolsero i pochi “libri” rimasti in casse d’ oro che poi affondarono nel lago Titicaca e in un lago della Valle dell’Orco. Il testo termina con la sigla Jac, identificata in seguito con Joan Antonio Cumis, un calabrese che operò in Perù, preceduto da una data malamente leggibile, forse il 1610.

A questo punto l’attenzione della Miccinelli si concentra su tre fogli del manoscritto in cui compaiono alcuni disegni firmati da Blas Valera, disegni che sembrano raffigurare un quipu, ma le cui didascalie sono scritte in numeri e senza la “chiave” del cifrato non è possibile andare avanti. Con l’aiuto di Carlo Animato, suo compagno di ricerche, Clara Miccinelli va a frugare negli archivi romani della Compagnia di Gesù. Dopo aver verificato inutilmente gli elenchi dei codici cifrati utilizzati in antico dai gesuiti, scopre alcune lettere del Seicento inviate dal Perù al Generale della Compagnia: sono redatte parte in latino e parte in cifrato, ma chi le ricevette annotò la traduzione in latino accanto alle righe cifrate. Un particolare, questo, che permette ai due ricercatori di individuare la “chiave” segreta. Così i numeri che coprono intere pagine del manoscritto rinvenuto a Napoli si trasformano in lettere per raccontare un’incredibile storia, siglata questa volta da un certo Jao (poi identificato come il gesuita napoletano Joan Anello Oliva) e datata 1637. Dopo aver sostenuto l’origine unica di tutte le religioni ed espresso i suoi timori di rappresaglie da parte della Compagnia, Jao Oliva fornisce notizie inaspettate su tre argomenti: Pizarro, i quipu e Blas Valera.

Eccole in sintesi. Pizarro Il comandante spagnolo si presentò al drammatico incontro con l’Inca Atahualpa, a Cajamarca, in compagnia di tre domenicani e, grazie alle conoscenze del padre Yepes in fatto di veleni, offrì ai capi dell’esercito peruviano del vino all’ arsenico “si ch’ essi contorceansi nelle budelle, con spasmi atroci e con la faccia blu; dicasi poi che stramazzavano in terra”. Per questo l’esercito incaico, privato dei suoi comandanti, non reagì alla cattura di Atahualpa da parte degli spagnoli. Successivamente, rivela il testo cifrato, Pizarro pugnalò a tradimento padre Yepes e ne gettò il corpo in un dirupo.

 

1 – continua


 

 

 

 

 

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