Magnani

RICORDO DEL FUTURO

Ricordarsi del futuro sembra un paradosso, o meglio una frase costituita da due concetti di significato opposto, dal momento che noi siamo abituati a legare i ricordi ai fatti del passato, e quindi giudichiamo impossibile ricordarci del futuro di cui non sappiamo nulla, nell’errata convinzione che passato, presente e futuro seguano una loro successione in quest’ordine e siano tre stati temporali diversi e separati, perché abbiamo una nozione del tempo e della sua rappresentazione completamente errata.

Per prima cosa ci chiediamo: cos’è il tempo? Naturalmente noi non ci attendiamo una risposta di tipo scientifico perché in questo caso ci saremmo rivolti a un fisico o a un astronomo. Noi pretendiamo una risposta che confermi la validità dei nostri studi e delle nostre esperienze.

Per poter formulare una definizione corretta dovremmo sapere di cosa stiamo parlando e per poterlo fare dobbiamo rinunciare a tutto ciò che ci è stato detto e insegnato sul tempo, superare il modo abituale che abbiamo di concepirlo e tentare una netta “trascendenza” del tempo.

Ė nostra comune convinzione che i cosiddetti valori dello spirito e potenze dell’anima di cui spesso parliamo siano qualcosa di astratto, qualcosa di svincolato dal nostro modo di pensare e di vivere e ci sfugge la percezione che probabilmente abbiamo al contrario a che fare con potenze e valori che non possono astrarre in modo assoluto dall’entità temporale.

Sicché il tempo si mostra ai nostri sensi come il fattore risolutivo della maggior parte dei nostri problemi. Stando così le cose dobbiamo cercare in primo luogo di scoprire e poi di capire che cosa pretendiamo intendere con questa piccola e strana parola.

Finora infatti vi abbiamo girato intorno ed è giunto il momento di fare una capatina in casa di Pitagora e chiedere a Lui che cosa pensava del tempo. Egli ci risponde che per conoscere il tempo occorre penetrare nelle leggi della musica, perché il tempo è vibrazione, è suono. E inoltre il padre dei filosofi dimostrò le sue affermazioni attraverso le regole della matematica e le leggi dei numeri. In questa legge le formule ternaria e quaternaria la fanno da padrone. Questo è un fatto. Ma se volessimo andare oltre?  Mentre il tre è un numero che spiega e apre le porte a molte cose, il quattro ci pone di fronte a un limite, infatti il tre è alla base della tridimensionalità, mentre il quattro ci annuncia la quarta dimensione sulla quale sappiamo ben poca cosa o quasi niente.

In poche parole se conosciamo le classiche tre dimensioni su cui è costruito il nostro mondo fisico: altezza, lunghezza e profondità e ignoriamo totalmente dove si trovi e cosa sia la quarta dimensione, ciò significa che entriamo in pieno mistero dal quale possiamo venirne fuori solo attraverso l’uso di un senso che è un non senso perché in realtà saremo chiamati a indagare su un tempo che è un non tempo.

Questo non è un gioco di parole o un rebus, come qualcuno potrebbe pensare, è un autentico enigma sul quale, per risolverlo, si cimentarono fior di scienziati da Newton a Einstein. Ma la ragione umana e il senso comune non servono e non ci aiutano. Ė anche l’enigma della Sfinge che domandava: “Chi è contemporaneamente bipede, tripede e quadrupede?” proponendo appunto in modo allusivo un enigma matematico, dove il quadrupede può essere un cane o un cavallo. Ma potrebbe essere un uomo?

E ritorniamo quindi al famoso numero quattro e alla celebre tetractys o numero quaternario sulla quale i pitagorici giuravano considerandola un simbolo sacro. Sul perché di tale venerazione non ci é dato sapere, ma da questo comportamento dei pitagorici, uomini saggi e prudenti, è legittimo dedurre che essi sapessero che il tempo è quaternario, dal momento che nulla nella conoscenza umana di origine divina rappresentata nella figura della tretactys sfugge al numero quattro.

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Adesso è importante stabilire una correlazione tra la quarta dimensione e la memoria e per poterlo fare dobbiamo scoprire se anche la memoria può avere una valenza quaternaria. Del resto se il passato facente parte del comune tempo tridimensionale è rappresentato e ricordato dalla nostra comune memoria, non è detto che il futuro possa essere rappresentato da una memoria di questo tipo. Ho usato di proposito il dubitativo perché potremmo sostenere l’esatto contrario e dire cioè che la memoria può ricordare tutto, il presente, il passato e il futuro visto che la suddivisione in tre tempi è solo una suddivisione convenzionale dell’UNO o tempo unitario e finito.

Ma qui si presenta uno scoglio insormontabile: quello del linguaggio. Mi spiego: noi siamo educati ad usare il linguaggio per comunicare le cose che abbiamo apprese e conosciute e non quelle che debbono succedere. In che modo possiamo rappresentare semanticamente qualcosa che crediamo ancora di non conoscere?

Noi sappiamo che nel sogno e negli stati di coma o di morte apparente si possono avere manifestazioni di preveggenza, il che dimostra praticamente che la mente è in condizione di “vedere” nel futuro. Nessuno però ha mai usato l’espressione “ricordare il futuro” ma quella più comune “ha avuto un fenomeno di presentimento” “predizione” il che dimostra che anche in casi come questi insistiamo nel considerare il tempo nella sua forma tripartita.

Il nostro errore di pensare in termini di passato, presente e futuro in realtà ha bloccato la nostra mente e la nostra coscienza limitandola al solo passato e presente mentre ci permette di pensare al futuro proiettandolo di fronte a noi come una estensione di quel che siamo oggi o di quel che fummo ieri. Ma le cose non stanno così. Sarebbe un’amara o una lieta sorpresa (a secondo i casi) sapere che il futuro è in realtà un’esperienza che stiamo già vivendo o che abbiamo già vissuto e che come tale può essere benissimo ricordata. “Tre in seguito in ogni arte umana ricorda doverci essere: primo si esamino i singolari prima che divengano (che siano) …”  inoltre “…le dimenticate ritornano chiare e le precise pullulano…” diceva Giordano Bruno nel “Sigillum”.

Il tempo come “divenire” implica il concetto di attesa e presuppone un tempo finito. Infatti la mente umana si nega all’idea dell’indefinito, perché nella sua stessa etimologia v’è il principio della “mensura”, ossia della possibilità di “misurare” di “de-finire”. E noi sappiamo che sono misurabili solo le cose finite e limitate. Nella finitezza dell’attesa ci sentiamo fiduciosi e trasformiamo il tempo da valore astratto e infinitesimale in entità certa e a portata di mano, “prima che divenga”. Ecco perché è possibile ricordare il futuro, perché nel futuro non v’è incertezza, nella “linearità del tempo” il presente, passato e futuro si identificano i un solo momento, nel presente.

Ma se la mente ha questa possibilità e questa conformazione a quali difficoltà ella va incontro quando si dispone a “ricordare”? Alle difficoltà che ella stessa si è create attraverso l’educazione che ha ricevuto. Non c’è nulla di più malleabile della mente umana, per cui una cultura che da secoli l’ha piegata ai propri voleri, dando alla coscienza un’aspettativa del futuro visionaria e fantasiosa, si troverebbe in difficoltà se si proponesse di ripulire le incrostazioni che le impediscono di ricordare il futuro e di “essere” anziché “divenire”.

Infatti sappiamo che qualunque idea “messianica” è nemica dell’idea che l’uomo possa ricordare e disporre del proprio futuro, vorrebbe un’umanità prona a un destino incerto le cui debolezze si risolverebbero solo con l’intervento di un salvifico e lontanissimo signore. A questo punto la nostra mente e la nostra coscienza non sono più nostri, abbiamo firmato una delega in bianco, rinunciando così per sempre al bene prezioso della “memoria” che ci rende vivi e presenti a noi stessi.

Per concludere, ritornando all’enigma della Sfinge ricordo che alla base del mistero l’enigma egiziano poneva l’uomo e la sua natura nascosta perché l’uomo è la massima espressione della creazione e delle creature; non vuole essere una manifestazione d’orgoglio o di presunzione, ma una rivendicazione del senso di responsabilità di fronte a sé stesso e di fronte all’universo.  (Salilus)

 

 

 

 

 

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